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Camini e canne fumarie

Negli edifici ristrutturati gli incendi dei tetti ventilati sono aumentati di numero. Ci vuole più attenzione nell’installazione dei tubi inox.

Negli ultimi giorni di intenso freddo sono apparse numerosi allarmi di intossicazioni da monossido di carbonio in conseguenza di malfunzionamenti di apparecchi a biomassa, spesso dovuti alle pessime condizioni dei condotti di evacuazione dei fumi.

Probabilmente l’elevato numero di incendi connessi a camini è dovuto anche al ritorno in auge della combustione a legna.

IN QUALI TIPI DI INCENDIO SI PUO’ INCORRERE?

Gli incendi che sono originati dalla presenza di camini sono sostanzialmente:

  1. incendio fuliggine (l’incendio nasce all’interno del camino, per combustione della fuliggine depositata sulla parete interna della canna fumaria)

  2. incendio esterno al camino per surriscaldamento (l’incendio nasce all’esterno del camino, per surriscaldamento dei materiali combustibili vicini alla parete esterna del camino stesso)

  3. incendio dovuto a perdite della canna fumaria (gas caldi oppure scintille)

Tali tipologie di incendio sono legate soprattutto all’impiego di combustibile solido: infatti la fuliggine si crea principalmente in presenza di combustibile solido, ed anche l’alta temperatura dei fumi è una peculiarità dell’impiego dei combustibili solidi. 

INCENDI, QUALI LE CAUSE SCATENANTI?

SCARSA MANUTENZIONE. Le cause di questi tipi di incendio sono principalmente dovute a una scarsa manutenzione dello  stesso (pulizia). Per questo motivo è importante eseguire il controllo dei fumi da personale competente, almeno in occasione degli interventi di pulizia che sono obbligatori in base alla legge e ai regolamenti comunali. 

La fuliggine è infatti un ottimo combustibile e, grazie al notevole flusso di aria, potrebbe causare una violenta combustione che produce rapidamente molto calore. In genere è di breve durata (15 – 20 minuti) e produce anche un grande rumore e vibrazioni. Dal camino escono violentemente le faville e fiamme, accompagnate da un fumo acre.
Il calore prodotto ( può arrivare anche a 800 – 1.000 °C ) arroventa la superficie interna e può fare crepare le pareti della canna e i muri confinanti, col pericolo di estendere l’incendio ai mobili e alle travi dei soffitti o del tetto.

All’esterno le faville che escono dal comignolo possono ricadere su materiali combustibili ed innescare incendi all’esterno dell’abitazione o in edifici o costruzioni adiacenti ed inoltre possono cadere nel canale di gronda (dove possono esservi foglie secche, spini ecc.) e innescare una combustione nell’intercapedine del tetto. Braci e faville possono anche essere portare dal vento in condizioni pericolose.

Gli incendi coinvolgono sia camini “storici”, ubicati in vecchi fabbricati, sia camini “moderni”, realizzati con materiali vari, ed ubicati in fabbricati recenti o recentissimi, o anche in fabbricati storici ristrutturati. E’ opportuno rilevare che la recente diffusione di tetti di tipologia ventilata e struttura portante in legno comporta, sotto l’aspetto antincendio, una facile e rapida propagazione delle fiamme, una difficile individuazione del focolaio a causa dei numerosi possibili percorsi dei fumi, e poi, in fase di spegnimento, una certa difficoltà di attacco delle zone coinvolte dalla combustioneperché favorendo la circolazione dell’aria rende più veloce la propagazione delle fiamme.

INADEGUATEZZA TECNICA. Un altro fattore di pericolo è costituito dall’inadeguatezza tecnica dei camini. Infatti si può assistere ad un sistema di costruzione delle case in modo affrettato e con isolamenti poco accurati. Per questo gli incendi delle canne fumarie danneggiano sempre più frequentemente anche i tetti, creando danni non indifferenti.

Questo fenomeno interessa maggiormente le case appena costruite o ristrutturate.Il problema non è il tubo d’acciaio o quanto previsto dalle nuove norme. È il sistema di isolamento di certi passaggi della canna fumaria che non funziona. Non è un caso, ad esempio, che l’incendio non si limita più alla sola canna fumaria, come accadeva una volta: l’incendio alla canna fumaria diventa puntualmente incendio del tetto. Se la canna fumaria non è ben isolata, ad esempio, e il fuoco riesce ad entrare nell’intercapedine tra le tegole del tetto e il soffitto, l’incendio diventa ben difficile da controllare.

Durante i vari interventi si riscontrano spesso canne fumarie di sezione insufficiente, costruite con materiali non idonei a sopportare alte temperature o rimaneggiate più volte nel corso di ristrutturazioni.

Un errore molto frequente è quello di realizzare dei condotti fumari in acciaio inox privi di un’adeguata coibentazione – isolazione termica e senza rispettare le distanze minime dagli elementi di fabbrica combustibili (legno, isolanti sintetici, ecc.).Se è pur vero che tale tipologia di camino garantisce un’ottima tenuta ai fumi e all’acqua di condensa, è altrettanto vero che l’acciaio presenta un’elevata conducibilità del calore.

Se proprio non si riesce ad isolare il tubo in Inox, riducendo i rischi, è possibile evitare danni ingenti scatenati da un incendio con la posa di uno strato di materiale resistente al fuoco (almeno EI 60) al di sopra del tavolato inferiore. L’eventuale incendio della copertura non potrebbe così propagarsi al di sotto dello strato resistente al fuoco, limitando i danni e consentendo l’utilizzo delle abitazioni anche subito dopo l’estinzione e la sistemazione provvisoria del tetto.

Particolare attenzione va posta nella costruzione di edifici interamente realizzati con strutture in legno. Con la tecnologia dell’intelaiatura con intercapedini isolate, in caso di incendio, si rischia la distruzione completa dell’edificio in breve tempo.

GLI ERRORI PIU’ COMUNI NELLA REALIZZAZIONE DI UN CAMINO

Camini e canne fumarie devono essere ben isolati per evitare che i fumi della combustione facciano raggiungere al legno delle coperture la temperatura di accensione spontanea.

Gli errori esecutivi del camino che possono causare un incendio sono:

  • camino con Classe di temperatura inferiore alla temperatura nominale effettiva dei fumi (ad es. camino con T 160, adatto per caldaie a gas, usato invece per stufa a legna, con temperatura dei fumi ben maggiore)

  • camino con presenza di materiali combustibili (travi di legno, assi, moquette, ecc.) a distanza inferiore a quella indicata sul codice del camino (ad es. trave posta a 10 mm, quando il codice del camino prevede una distanza minima di 50 mm)

  • camino non “denominato” per incendio fuliggine, ossia non testato per tale evento, ed invece utilizzato per combustibile solido

  • camino non montato correttamente, e quindi con possibili punti caldi (temperatura superficiale esterna superiore rispetto a quella determinata nelle varie prove)

  • impianto termico e camino dimensionati in modo errato.

ALCUNI CONSIGLI IN CASO DI INCIDENTE

Nel caso in cui la canna fumaria prenda fuoco ci sono alcune precauzioni da osservare:

  • Non gettare acqua nel camino dall’alto; toccando le pareti arroventate le farebbe crepare all’istante; inoltre la pressione del vapore acqueo prodotto le può indebolire o distruggere.
  • Bagnare con poca acqua la legna o il combustibile presente nel caminetto, o nella stufa in maniera tale da terminare la combustione in atto nell’apparecchio.
  • Chiudete l’eventuale valvola dell’aria di tiraggio del camino.
  • Allontanate mobili e altri oggetti dai muri attigui la canna fumaria.

Controllare la qualità della combustione nel proprio  è relativamente semplice, basta prestare attenzione ad alcuni segnali:

BUONA COMBUSTIONE CATTIVA CAMBUSTIONE
Fumo quasi invisibile Fumo denso all’uscita dal camino di colore da giallo a grigio scuro
Nessun odore Formazione di cattivi odori a causa delle sostanze
nocive
Cenere grigio chiaro o bianca Cenere scura e pesante, con la testa del camino
( comignolo) sporca di nero
Poca fuliggine nei camini e basso consumo di combustibile Notevole consumo di combustibile
Fiamme blu o rosso chiaro Fiamme rosse o rosso scuro

Tabella © Vigili del fuoco di Baselga di Pinè

PERCHE’ IL MONOSSIDO DI CARBONIO E’ PERICOLOSO?

Il monossido di carbonio conosciuto anche come CO ( formula chimica CO dove si ha n°1 atomo di Carbonio e n°1 atomo di Ossigeno) è un veleno che quando viene respirato si accumula nel sangue al posto dell’ossigeno, ( nell’emoglobina del sangue si sostituisce all’ossigeno, con una affinità migliore, rispetto a questo, di ben 250 volte), così il cervello funziona male, la mente perde lucidità, i riflessi diventano lenti, i muscoli sono deboli e fiacchi. È come avere l’influenza. Con dosi maggiori di gas diventa difficile respirare, camminare e quindi si entra in uno stato di coma e si muore. Bastano 10 minuti.

COME ACCORGERSI. E’ molto difficile accorgersi di respirarlo, in quanto esso è invisibile ed inodore. Gli indizi dovuti alla sua presenza, possono essere confusi con altre cause, però è sempre meglio prestare attenzione e fare degli accertamenti immediati, infatti il monossido uccide velocemente. Sintomi di mal di testa e di debolezza, soprattutto quando ci si sveglia. Irritazioni alla gola, al naso ed agli occhi, così pure sensazione di caldo soffocante. Questi sintomi sono molto soggettivi e possono variare da persona a persona. I cani, i gatti ed i piccoli animali possono mostrare anche loro dei sintomi di stanchezza e di perdita di equilibrio, quasi come fossero ubriachi.

I RILEVATORI. I rilevatori di CO sono strumenti dal costo contenuto che producono, con precisione e affidabilità, un allarme anche per basse concentrazioni di CO (220 PPM particelle per milione). Intervengono con segnalazioni luminose o acustiche, oppure possono essere previsti per attivare una ventilazione forzata, per esempio tramite un estrattore l’aria. In pratica però, può succedere che l’utente spenga il rilevatore perché infastidito dalle troppo frequenti e ripetute segnalazioni che, a suo parere risultano ingiustificate dato che nella stanza “non c’erano ne odori ne fumi particolari”. Il monossido di carbonio, si ricorda ancora è un gas inodore ed incolore.

La pompa di calore elettrica per la climatizzazione domestica

Nello Speciale tecnico di Qualenergia.it, realizzato in collaborazione con Assoclima, aspetti tecnologici, impiantistici ed economici in base ai quali decidere se installare, ad uso domestico, una pompa di calore elettrica e di quale tipologia.

La pompa di calore elettrica permette di soddisfare la domanda di climatizzazione estiva e invernale degli edifici e di produzione di acqua calda sanitaria, consentendo risparmi che vanno dal 40 al 60% di energia primaria, oltre che la riduzione delle emissioni, impiegando per il proprio funzionamento circa il 75% di energia rinnovabile.

In Italia esistono le condizioni climatiche ideali per l’utilizzo delle pompe di calore visto che le temperature medie italiane consentono efficienze molto elevate di queste macchine.

Nello Speciale di Qualenergia.it, realizzato con la collaborazione di Assoclima, vengono presentati in modo sintetico alcuni aspetti tecnologici, impiantistici, prestazionali ed economici in base ai decidere se installare a livello residenziale, in caso di sostituzione della vecchia caldaia a gas, una pompa di calore elettrica ed eventualmente di quale tipologia.

Con quale incentivo? Come cambiano i conti a seconda dell’incentivo che si sceglie, conto termico o detrazioni fiscali (65 e 50%), e della zona climatica in cui vive l’utente?

Come si vedrà dai calcoli proposti, tra i due incentivi le detrazioni fiscali sono la soluzione nettamente più conveniente, con buoni tempi di ritorno dell’investimento iniziale, ma bisognerà sempre analizzare con attenzione ogni aspetti caso per caso.

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Climatizzazione residenziale, nel 2012 in calo gli apparecchi a gas, aumenta l’utilizzo delle rinnovabili

Il gas naturale continua a rappresentare la fonte di energia dominante nel mercato delle installazioni per la climatizzazione residenziale. Tuttavia, nel 2012 c’è stata una diminuzione della diffusione degli apparecchi alimentati da gas.

È quanto emerge dalla seconda edizione del “Monitoraggio del mercato della climatizzazione nel settore residenziale – 2012”, indagine realizzata REF-E con la collaborazione di numerose imprese di installazione e di associazioni del settore. I dati sono un’anticipazione di quanto verrà presentato al convegno del 5 giugno che si svolgerà presso la sede del GSE.

L’indagine ha riguardato l’installazione di tecnologie relative ai sistemi di riscaldamento autonomi e centralizzati, sia in edifici di nuova costruzione che in edifici esistenti, in zone servite dalla rete gas e in zone non servite dalla rete gas. Rispetto ai nuovi apparecchi installati, si è valutato quanti e quali apparecchi siano stati sostituiti.

Alle imprese di installazione è stato chiesto di segnalare i punti di forza e di debolezza delle tecnologie disponibili, e di valutare l’andamento relativo di mercato di ciascuna tecnologia rispetto alle altre, nel 2012 e nel prossimo futuro.

Nel 2012 in calo la diffusione degli apparecchi a gas

Dalla ricerca risulta che, rispetto all’anno 2011 sul quale le stime indicavano una sostanziale compensazione tra le installazioni di apparecchi efficienti, che acquisivano peso sul mercato, e quelli “tradizionali”, che ne perdevano, nel 2012 la dinamica positiva delle caldaie a condensazione non compensa quella sensibilmente negativa delle caldaie meno efficienti. Ciò vale quantomeno nel segmento autonomo, mentre nel centralizzato il gas mantiene il proprio mercato.

Penetrano le tecnologie alimentate da rinnovabili

Nelle conclusioni dell’indagine si evidenzia che al saldo negativo della fonte dominante corrisponde la penetrazione delle tecnologie che impiegano energia rinnovabile. Per le PDC aria-acqua si registrano tassi di diffusione molto elevati, e lo switching verso questa tecnologia penalizza soprattutto il gas. Tuttavia, in termini assoluti la tecnologia è ancora poco installata.

Le altre tecnologie (PDC aria-aria, stufe e termocamini a biomassa) concorrono con quelle tradizionali, soprattutto con riferimento all’uso a integrazione di apparecchi di riscaldamento principali, ma sembra essere in crescita la quota di tali apparecchi utilizzati per sostituire totalmente le caldaie alimentate da combustibili fossili, almeno nelle aree più calde del Paese.

Gli apparecchi a biomassa esercitano una concorrenza molto forte rispetto alle fonti tradizionali, sia in presenza che in assenza di rete gas. Proprio in assenza di rete gas il GPL e, soprattutto, il gasolio continuano a subire la diffusione delle tecnologie rinnovabili. Anche per esse, la perdita di mercato è maggiore nel segmento autonomo che in quello centralizzato.

Incentivi

La maggioranza degli intervistati ha indicato motivazioni di natura prettamente economica riguardo alla penetrazione (o uscita) delle tecnologie per la climatizzazione residenziale. In proposito, l’indagine di REF-E sottolinea che la competitività delle tecnologie che stanno trovando ampia diffusione è in molti casi determinata da incentivi, siano essi percepiti (e segnalati durante le interviste) dagli installatori e dagli utenti (ad esempio le detrazioni fiscali per la ristrutturazione edilizia o la riqualificazione energetica), siano essi impliciti nei prezzi dei combustibili fossili e rinnovabili (ad esempio vantaggi fiscali sulla biomassa, e gli impatti del costo dell’incentivazione dell’energia rinnovabile sui prezzi finali di elettricità e gas naturale).

Standard e obblighi di installazione

Nel segmento degli edifici nuovi, assumono chiaramente rilevanza le caratteristiche di prestazione energetica degli edifici e, soprattutto, gli standard e obblighi di installazione. Le attese delle imprese di installazione rispetto al futuro delle tecnologie efficienti e rinnovabili confermano, infine, un’accelerazione del processo di cambiamento del mix tecnologico nei prossimi anni. Nel segmento in cui è presente la rete del gas, un ruolo di primo piano sembra essere riservato alle tecnologie che sfruttano il vettore elettrico.

Mix energetico e tecnologico diversificato

Esiste già un mix energetico e tecnologico diversificato per la climatizzazione domestica, e la fonte storicamente prevalente, il gas naturale, si trova a fronteggiare una concorrenza crescente da parte delle altre fonti, in particolare rinnovabili, biomassa in primis. Esiste anche una concorrenza “interna” alla fonte principale: la diffusione di apparecchi più efficienti, ossia le caldaie a condensazione, può avere un impatto significativo sulla domanda di combustibile dei consumatori del residenziale. Inoltre, si diffondono sistemi, basati sull’impiego di pompe di calore (PDC), che permettono di soddisfare, con lo stesso apparecchio, sia il fabbisogno di riscaldamento, sia quello di raffrescamento.

I dati 2012 mostrano un rafforzamento di queste tendenze, grazie a obblighi legislativi e strumenti di incentivazione, ma anche a causa della crescente pressione competitiva “spontanea” esercitata dalle nuove tecnologie: l’analisi e il monitoraggio del settore diverranno sempre più importanti, per valutare e prevedere il mix di consumo energetico, oltre che per analizzare le dinamiche di concorrenza tra diverse tecnologie.

Il mercato della climatizzazione residenziale nel 2012

Il mercato italiano della climatizzazione risente pesantemente della congiuntura economica negativa. Il numero di apparecchi venduti, destinati quasi interamente al settore civile (residenziale e terziario), è sceso nel 2012 a circa 2.5 milioni, dopo aver raggiunto, solo 4 anni prima, circa 3.2 milioni di pezzi.

Dei circa 2.5 milioni di apparecchi complessivi, 1.7 milioni sono quelli che si stima siano destinati al settore residenziale.

I dati, relativi sia ad apparecchi in grado di soddisfare l’intero fabbisogno di riscaldamento (caldaie a gas, GPL, gasolio, e biomassa, PDC aria-acqua), sia ad apparecchi generalmente installati a integrazione di impianti principali (PDC aria-aria, stufe a biomassa, pannelli solari termici), confermano anche per il 2012 la dominanza del gas naturale, in particolare se si considera che le tecnologie che seguono immediatamente la fonte principale per numero di unità vendute svolgono prevalentemente un ruolo di parziale copertura dei consumi (o addirittura sono impiegate solo per la climatizzazione estiva, come nel caso delle PDC). Tuttavia, emerge un ruolo crescente delle tecnologie che impiegano biomassa ed elettricità, anche per la copertura dell’intero fabbisogno di riscaldamento. Infine, secondo i dati pubblicati da AIRU, le nuove sottostazioni di teleriscaldamento installate nel 2012 sono 5,600. Si stima che a queste possano corrispondere circa 100,000 nuove utenze, per almeno tre quarti residenziali.

Installazione e sostituzione tra tecnologie

A tutti i rispondenti è stata richiesta, tra l’altro, una valutazione sui punti di forza e di debolezza delle tecnologie considerate, oltre che sull’andamento, storico e prospettico, di ciascuna di queste.

Nel complesso, gli 823 rispondenti, distribuiti sul territorio nazionale sulla base del peso di ciascun mercato provinciale sul mercato nazionale, hanno installato circa 25,000 apparecchi per la climatizzazione.

I risultati, espressi in termini di apparecchi installati e apparecchi sostituiti, sono stati estesi per comprendere l’intero mercato nazionale. La Figura 1 ripropone la distribuzione delle installazioni a livello nazionale per gruppo di tecnologie. In prima approssimazione, i dati non sono distinti per segmento di mercato, (“autonomo” o “centralizzato”), né per contributo al fabbisogno di riscaldamento (impianti che soddisfano l’intero fabbisogno, o impianti installati ad integrazione); inoltre, la figura è relativa sia agli apparecchi installati in edifici di nuova costruzione sia a quelli installati in edifici esistenti, e si riferisce sia agli apparecchi installati in presenza della rete gas, sia a quelli installati in assenza della stessa. Il dato relativo alle PDC aria-aria comprende anche gli apparecchi destinati all’impiego per il solo raffrescamento (si stima che questi siano circa il 60% di quelli complessivamente installati). L’installazione di pannelli solari contemporanee e in combinazione a un impianto a gas naturale (sistema integrato gas e solare) sono classificate nella voce “gas +solare”, mentre le installazioni di pannelli solari ad integrazione di impianti esistenti, anche alimentati da gas, ma non contemporanee e non costituenti un sistema integrato, sono classificate nella voce “solare termico”.

La separata illustrazione delle installazioni in edifici nuovi e in edifici esistenti mostra differenze abbastanza significative nel mix tecnologico (Figura 2, riferita al solo segmento autonomo. Anche nella Figura 2 i dati sulle PDC aria-aria comprendono gli apparecchi destinati al solo raffrescamento): esse sono determinate sicuramente dalle politiche di promozione – obblighi di installazione di tecnologie rinnovabili o efficienti in edifici nuovi -, ma derivano altresì dalle caratteristiche tecniche dei nuovi edifici (in particolare le prestazioni energetiche).

La Figura 3 illustra i risultati delle stime di REF-E sui nuovi apparecchi installati per soddisfare il 100% del fabbisogno di riscaldamento a confronto con quelli installati “a integrazione”, ossia come complemento (e non in sostituzione piena) ad apparecchi esistenti e/o principali (il dato sulle PDC aria-aria è, in questo caso, già al netto degli apparecchi destinati al solo raffrescamento: in altri termini, il 100% rappresenta la somma degli apparecchi che soddisfano almeno parzialmente il fabbisogno di riscaldamento). Il segmento di riferimento è quello autonomo. La quota di impianti installati a integrazione è piuttosto elevata per tutte le tecnologie considerate. L’analisi dei dati, per area geografica e fascia climatica, ha consentito di osservare come la quota di PDC aria-aria e di stufe (termocamini) a biomassa installate a integrazione di un impianto principale si avvicini, nelle aree più fredde, al 100%. Al contrario, ove il clima è più mite, è maggiore l’incidenza dei casi di piena sostituzione dell’apparecchio preesistente da parte di PDC aria-aria e stufe a biomassa.

La Figura 4 riassume, invece, i risultati della distribuzione degli apparecchi installati in base alla presenza della rete gas. La diffusione di GPL e gasolio avviene in larga misura in assenza della rete, diversamente dalle fonti rinnovabili: si dimostra perciò che queste ultime competono nello stesso segmento di mercato della fonte principale.